"Non dubitare che un gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: in effetti è solo così che è sempre andata" (Margaret Mead)

sabato 20 aprile 2013

L'elezione del Presidente della Repubblica in un Paese a sovranità limitata

Composizione fotografica di Luca Peruzzi

Come tanti cittadini democratici, di sinistra o comunque fautori di una cambiamento radicale nel governo della cosa pubblica italiana ho sperato e spero nell'elezione di un Presidente della Repubblica come Stefano Rodotà. Cioè di una personalità che nella sua vita sia sempre stato un fedele e leale interprete della Costituzione e che proprio in virtù di questa fede laica sia in grado di diventare protagonista e segno del cambiamento di cui ha bisogno il nostro Paese e della dignità che abbiamo necessità di riconquistare.
Di fronte alla mossa di Grillo di candidarlo alla Presidenza della Repubblica – ad un tempo rivolta al bene del Paese e vantaggiosa per il proprio partito, perché gli consente di acquisire consensi nell'elettorato di sinistra e di mettere in difficoltà i dirigenti del Partito Democratico – tutti ci siamo interrogati sul perché quello che un tempo veniva considerato il maggior partito del centrosinistra si sia rifiutato di far convergere i propri voti su Rodotà, cioè su uno di loro, beneficiato dal consenso di gran parte dei propri elettori, insigne giurista, già deputato del PCI e Presidente del PDS.
Oscillando, fino al suicidio politico, tra i tentativi di accordo con il Movimento 5 Stelle e le trattative 'inciuciste' con Berlusconi, incapace di proporre unitariamente una propria candidatura che non cadesse nella trappola dei veti incrociati, espressi vigliaccamente sotto la copertura del voto segreto, di qualche esponente della propria nomenklatura.

Certo possiamo spiegarlo con le faide interne al partito: frutto dei giochi di potere e delle ignobili ambizioni dei vari ras che dominano una costruzione politica, Democrazia Cristiana del nuovo secolo, senza dignità e senza missione ideale; con la prospettiva dell'accordo con Berlusconi quale risposta alla bramosia di personaggi consapevoli di essere giunti al termine del proprio percorso di potere di arraffare e raschiare dal fondo del barile della nostra Repubblica tutto ciò che è possibile nel poco tempo rimasto loro a disposizione.
Ma in quel no a Rodotà – inspiegabile, suicida, contro il bene dell'Italia – c'è probabilmente qualcosa di più. C'è la condizione di un Paese a sovranità limitata, vassallo degli Stati Uniti per la politica estera e militare e della Germania e delle istituzioni finanziarie sovranazionali per la politica economica e monetaria.
Stefano Rodotà Presidente della Repubblica non è solo un pericolo per gli intollerabili privilegi di una casta corrotta e per le questioni giudiziarie di Berlusconi: in colui che si propone di essere, avendone piena credibilità e forza morale, di essere fedele custode e garante della nostra Costituzione – che dice no alla guerra, no ad un governo dell'economia che condanni i cittadini alla povertà e allo sfruttamento – non è pensabile che i nostri potenti protettori non abbiano visto una intollerabile minaccia.
Ci sono i teatri di guerra, a partire dall'Afghanistan, in cui è impegnata l'Italia, c'è la Siria dove è probabile a breve un intervento militare della Nato, esiste la prospettiva di una guerra con l'Iran, siamo ostaggio di un'architettura finanziaria europea che non si deve mettere in discussione.
Si può pensare che - in un Paese dove negli sessanta-settanta-ottanta si progettavano colpi di Stato, si uccidevano con le bombe inermi cittadini, si armavano bande di terroristi per spargere caos e paura, agivano organizzazioni segrete e illegali quali Gladio e la P2 per impedire l'ingresso al governo del Partito Comunista – non sia partita qualche telefonata da Washington e da Berlino per dare ai dirigenti del PD l'ordine di non votare il giurista che ha scritto i quesiti dei referendum per l'acqua pubblica? Oltre naturalmente dalla Città del Vaticano contro il laico Stefano Rodotà?
Si può non pensare alle fondamentali scelte del settennato di Napolitano, oltre alla tolleranza verso le leggi ad personam di Berlusconi: la partecipazione alla guerra in Libia 'imposta' contro la sua volontà al Cavaliere Nero di Arcore ed il governo Monti 'auspicato' dalla Merkel e da Sarkozy?


Nessun commento:

Posta un commento